Mai nati

Mariaelena di Giovanni
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Mai Nati a cura di Sibilla Panerai

Uno degli atti psicomagici consigliato alle madri che hanno abortito consiste nel seppellire una pietra. In questo progetto di Mariaelena Di Giovanni, eseguito tra il 2016 e il 2019 tra Cesena, Fano, Monopoli, Rimini e San Marino, scopriamo un mondo segreto intorno alla legge 194, che regola l’interruzione di gravidanza. Si tratta del seppellimento dei feti abortiti nel lasso di tempo che intercorre tra la decima e la 22esima settimana di gestazione. Pochi sono a conoscenza del fatto che quel materiale organico diventa proprietà della’Azienda Sanitaria Locale che ne provvederà allo smaltimento nei rifiuti speciali (insieme a garze, siringhe e materiale anatomico non riconoscibile, in seguito inceneriti) o in alcuni casi li cederà, anche senza il consenso dei genitori, ad associazioni cattoliche con cui l’ospedale ha stretto una convezione. Queste associazioni, provvedono alla sepoltura cimiteriale del materiale abortivo, secondo il rituale tipico del funerale cattolico, con l’intervento delle pompe funebri per il trasporto e l’inumazione. Nelle sue fotografie ci ritroviamo all’alba in fredde mattine invernali dentro a cimiteri vuoti. I volontari delle associazioni preferiscono che il rito si compia in maniera riservata, pochi occhi indiscreti e  quasi mai quelli dei “genitori”, che se vorranno, però, potranno anche in un secondo momento andare a ritrovare le piccole croci bianche poste a terra negli angoli meno frequentati del cimitero, numerate con codici nosocomiali corrispondenti agli interventi chirurgici subiti. “Con questo atto- leggiamo nel modulo per la richiesta di seppellimento di una di queste associazioni- affiderai il tuo bambino alle braccia amorose di Dio Padre e gli esprimerai l’onore e la pietà che gli sono dovuti”… La sepoltura avviene all’incirca ogni mese; nel frattempo i feti sono tenuti nelle celle frigorifere. Mariaelena Di Giovanni si è interrogata sulla pratica di questo rito, sulla segretezza che avvolge l’esistenza di queste associazioni e le loro convenzioni con gli ospedali. Le sue fotografie nascono da periodi vissuti a stretto contatto con quei volontari e in alcuni casi con i genitori di alcuni feti seppelliti, alla ricerca delle ragioni recondite che spingono alcuni a occuparsi delle inumazioni di resti organici. Ritroviamo in queste immagini il silenzio e la solitudine dei luoghi, la teatralità dei gesti, la serietà dei volti. Non c’è però mai un giudizio diretto, Mariaelena lascia ai nostri occhi il commento, sia che ci mostri le bianche scatole accatastate, diverse per dimensioni a seconda delle settimane di gestazione, o lo sguardo vuoto di Priya, che ha abortito spontaneamente alla decima settimana, periodo che delimita la definizione tra embrione e feto. Per l’embrione la Legge non prevede la possibilità di sepoltura, per cui Priya ha dovuto insistere a lungo per poter seppellire il suo materiale abortivo. Da questo progetto, dai complessi risvolti etici, veniamo a sapere che alcuni cimiteri hanno una stanza appositamente dedicata ai cosiddetti non nati e che spesso vengono fatte delle sepolture cumulative; scopriamo inoltre che alcune madri che contattano volontariamente le associazioni vivono l’aborto al pari di un lutto, il cui dolore non è però riconosciuto quanto vorrebbero a livello sociale. In un’era in cui c’è sempre meno spazio nei cimiteri comunali e sempre più si parla di cremazione, diverse sono le domande che affiorano alla mente… Il mio ospedale sarà stato convenzionato con tali associazioni cattoliche? Perché aggiungere dolore a un dolore? Chi è in grado di giudicare la vita e la morte? Sibilla Panerai
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